Aeronautica Lombarda A.R. - Res Aeronautica

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Aeronautica Lombarda A.R.

Una delle tante lacune che si possono recriminare alla Regia Aeronautica durante il secondo conflitto mondiale fu la pesante sterilità tecnologica con la quale l'industria nazionale si presentò all'appuntamento.
Nonostante la presenza di un avanzatissimo centro studi come il gioiello di Guidonia ed un illimitato appoggio governativo, forse più controproducente che altro, praticamente nessuna scoperta ed avanzamento tecnologico di rilievo dell'epoca ebbe pedigree italiano.
Se negli altri paesi venivano portati avanti studi ed esperimenti di primissimo piano, basti solo pensare ai passi da gigante che l'industria aeronautica tedesca ebbe a realizzare nel giro di appena un decennio, in Italia non si riuscì quasi mai a coordinare gli sforzi ed a gestire le straordinarie risorse umane e di intelletto che erano a disposizione dei grandi costruttori: i tanti e forse troppi prototipi, molti dei quali pressoché inutili, ed i tanti progetti paralleli dalle discutibili potenzialità, infatti, finirono col disperdere le energie produttive e tecniche in un vasto panorama in larga misura “incolore” e privo di elementi di spicco.
Ad una produzione così frammentaria, in molte occasioni biecamente piegata a logiche di natura meramente economiche di “profitto”, si affiancava un potere centrale il più delle volte incapace di adottare una linea chiara e precisa, vittima delle pressioni di industriali ed imprenditori e che dava l'impressione di non “intendersi” nemmeno troppo bene del significato e dell'importanza delle forze aeronautiche.
Nonostante una situazione così complicata e generalmente incapace di fornire una risposta concreta alle esigenze belliche del momento, se non in misura ridotta e comunque troppo tardi, non mancarono episodi particolarmente interessanti, alcuni dei quali portati avanti in maniera che si potrebbe definire “artigianale”.
Fra i vari, almeno per quanto qui interessa, vi fu il peculiare progetto condotto dalla Aeronautica Lombarda tra il 1942 ed il 1943 del cosiddetto “A.R.”, Assalto Radioguidato, ossia un velivolo a senza pilota che doveva essere radiocomandato a distanza direttamente sull'obiettivo della missione in una sorta di “attacco suicida”, o in modalità “drone” volendo utilizzare un'espressione dei tempi più recenti.
Senza addentrarci troppo nelle vicende che portarono al concepimento di un tale velivolo, può essere qui sufficiente ricordare che nel corso del 1941 e del 1942 in Italia venne approfonditamente analizzata e presa in considerazione l'ipotesi di poter utilizzare un aeroplano da bombardamento a distanza, in modo cioè da non mettere a repentaglio la vita di piloti ed equipaggi.
L'idea di base, che nel 1942 portò ad una sperimentazione pratica con un trimotore Savoia-Marchetti Sm. 79, il quale fu lanciato, peraltro senza grandi risultati, in un attacco kamikaze contro elementi della flotta alleata a largo delle coste algerine, ebbe un impatto particolarmente favorevole sui comandi ministeriali e pertanto ne fu autorizzato un impiego più approfondito e meglio articolato.
Nonostante la semplicità concettuale della tattica, tuttavia, serie perplessità emersero relativamente alla sua fattibilità sul piano pratico: aveva senso, infatti, utilizzare e di conseguenza distruggere un costoso trimotore od un velivolo analogo in missioni senza possibilità di ritorno?
Il quesito, peraltro quanto mai centrato vista la cronica condizione deficitaria della Regia Aeronautica, venne agilmente superato dalla piccola Aeronautica Lombarda; una costola minore della SAI Ambrosini e guidata dall'Ing. Romolo Ambrosini, la quale nel giro di breve tempo progettò un economico apparecchio appositamente studiato per l'impiego radioguidato.
Grosso e sgraziato, l'apparecchio che uscì dai tavoli da disegno si proponeva come un longilineo monomotore dalle forme semplici e da un'apprezzabile semplicità costruttiva, la quale, facendo esclusivamente uso di materiale ligneo misto a tela per le superfici mobili, poteva essere affidata senza grossi problemi a mano d'opera non qualificata.
Altra caratteristica dell'aeroplano era costituita dall'impianto motore, il quale era riciclato pressoché interamente da vecchi bombardieri Fiat Br.20 in disuso e di cui ne cannibalizzava tutto l'apparato propulsivo, che poteva indifferentemente essere tratto tanto da quello destro quanto da quello sinistro dell'anziano bimotore.
In aggiunta, inoltre, l'intera struttura era stata concepita per essere smontata in componenti più piccole in modo da poterne consentire un agile trasporto su ferrovia ed un rapido assemblaggio direttamente sul campo di volo.
Dato il basso costo e la rapidità di costruzione, pertanto, già all'inizio dell'estate del 1943 venne approntato e portato in volo il primo prototipo (provvisto nell'occasione di doppio abitacolo con doppi comandi), cui secondo le originarie commesse doveva seguire un piccolo lotto di cinque apparecchi di preserie: si trattava, come anticipato, di un velivolo particolarmente sgraziato, caratterizzato da una grossa “pancia” all'interno della quale potevano trovare alloggio fino a due ordigni da 1.000 kg ciascuno, e che veniva sigillata mediante l'applicazione di un pannello di legno removibile.
Il pilota, inoltre, che serviva solamente in fase di decollo e che, una volta raggiunta la quota di missione ed impostato il sistema di radiocomando, doveva abbandonare il velivolo usando un apposito scivolo di uscita, si ritrovava in un angusto abitacolo a cielo aperto e che era dotato solamente dello stretto indispensabile al volo.
Nonostante il particolare impiego cui era destinato, il grosso A.R., talvolta indicato come A.R.1, dimostrò in sede di collaudo di avere delle doti di volo tutt'altro che limitate e caratterizzate per una prestazione complessiva accettabile e priva di particolari difetti di nota (le fonti parlano di performance addirittura superiori a quelle preventivate in fase di disegno).
Interessante era inoltre la soluzione adottata per il carrello, il quale, una volta che il grosso monomotore aveva spiccato il volo, veniva sganciato in modo da poterlo recuperare e tornare ad utilizzarlo nuovamente (all'uopo erano infatti stati introdotti dei particolari ammortizzatori che dovevano proteggere gli elementi principali dell'impianto dalla violenza dell'urto col terreno).
Dopo i collaudi svolti presso la casa costruttrice, il prototipo venne trasferito a Guidonia per degli ulteriori accertamenti che dovevano essere condotti da personale militare e governativo, ma, a seguito del precipitare degli eventi del 1943, sembrerebbe che non vi fu il tempo di portare a termine nessuna di tali verifiche, tanto che il programma venne cancellato, e si finì col le tracce dell'apparecchio.
A questo punto, pertanto, i cinque esemplari completati presso gli stabilimenti della Aeronautica Lombarda, ai quali mancavano solamente gli impianti per il radiocomando, vennero direttamente distrutti senza troppe cerimonie.
Del progetto, infine, venne studiata anche una variante “Mistel” similare alle soluzioni adottate dalla Luftwaffe, ma non risulta che tale configurazione, che prevedeva un A.R. Agganciato ad un Macchi Mc.202, abbia mai superato le preliminari fasi di studio su carta e disegno.
Dati TecniciAeronautica Lombarda A.R.
Propulsore:1 Fiat A.80RC41.
Tipologia:Radiale.
Potenza:1.000 hp.
Velocità Massima:360 km/h.
Tangenza Operativa:N/A.
Autonomia:N/A.
Armamento:N/A.
Carico Utile:1.000 kg.


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